Gherardo Colombo, un magistrato al di sopra di ogni sospetto, in una recente intervista (Dubbio – 26.06.19), ci ricorda che a operare con le intercettazioni era la Stasi, servizio segreto della Germania dell’Est, come mostrato nel celebre film “Le vite degli altri”.
Tuttavia, le tecnologie moderne furono da subito usate dai sistemi totalitari per i loro scopi. Per citare alcuni casi noti, se ne avvalsero l’OVRA fascista, la Gestapo nazista, il KGB russo, la GPU nella DDR e via discorrendo. L’attività prevalente non consisteva unicamente nello spiare costantemente i nemici ma anche nello screditare gli oppositori del regime e soprattutto nell’individuare gli stessi gerarchi “scomodi” al proprio interno.
Anche l’MI6 (servizio segreto britannico) non fu da meno: durante la II Guerra Mondiale rinchiuse gli alti graduati italiani e tedeschi fatti prigionieri nella residenza di Latimer House che era provvista di ogni confort ma era anche infarcita, a insaputa degli ospiti, di cimici nascoste per le intercettazioni. Da quell’attività di spionaggio tra i nemici internati vennero ricavate preziose informazioni tra cui l’ubicazione delle località segrete in cui si nascondevano le fabbriche delle V1 e V2 che erano i razzi segreti cui Hitler affidava la speranza di ribaltare l’esito del conflitto.
“Per le intercettazioni – ci ricorda oggi il succitato magistrato – la legge dispone limiti come per tutti gli strumenti investigativi. Possono essere autorizzate solo per determinati reati, se esistono gravi indizi di colpevolezza e se risultano assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini. Per reati di associazione — mafiosa, terroristica, delinquenziale — è giustificabile l’idea che l’intercettazione possa essere legittima praticamente sempre. Perché l’attività dell’associazione a delinquere è continua…”.
Tutta questa lunga premessa per arrivare al punto: cosa hanno in comune i servizi segreti, gli stati totalitari, la guerra, la criminalità (mafiosa, terroristica e delinquenziale) con la scuola dell’infanzia e quella primaria? Il ricorso alle intercettazioni nascoste quale metodo d’indagine per eventuali inchieste giudiziarie o azioni di spionaggio.
È normale un simile fatto pur non trovandoci né in uno stato totalitario, né in stato di guerra, né tanto meno di fronte a episodi di criminalità, mafia o terrorismo? Possiamo poi davvero considerare “gravi” le ipotesi di reato di cui agli artt. 571 (abuso dei mezzi di correzione) e 572 (maltrattamenti) del Codice Penale quando occorrono mesi di audiovideointercettazioni per cercare di documentarle e gli arresti in flagranza di reato rappresentano un’infinitesima parte? Risultano davvero “essenziali le intercettazioni per il proseguimento delle indagini” o potrebbero essere più semplicemente attuate delle indagini col supporto del preside e dei suoi collaboratori a ciò preposti? Ha inoltre senso lasciare esposti dei minori, per interi mesi, a “maestre violente” (semmai ne esista realmente qualcuna) anziché ricorrere immediatamente all’intervento del dirigente scolastico? Possiamo infine considerare propriamente legittima la violazione del diritto alla riservatezza della persona sancito dalla legge, peraltro rafforzato dall’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il controllo a distanza con tecnologie del lavoratore medesimo?
E questo non è che una piccola parte delle perplessità sull’uso delle intercettazioni nella scuola perché, sempre il giudice Colombo, riferendosi esplicitamente agli “asili”, ricorda l’aleatorietà dei metodi d’indagine basati sulle intercettazioni stesse “… perché non dobbiamo dimenticare che si tratta di forme di controllo assai incerte. Perché fotografano, filmano o registrano dei momenti completamente avulsi dal resto”.
In verità, oltre all’anzidetta decontestualizzazione delle scene, sono molti altri i dubbi che destano questi metodi d’indagine in ambiente scolastico: la “pesca a strascico” con le immagini senza contingentamento dei tempi di registrazione (lo stesso Colombo afferma che “…a rigore la pesca a strascico dovrebbe essere impossibile grazie al Codice del 1989 che ci protegge…”); gli “inquirenti non-addetti-ai-lavori” (Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza; Polizia Municipale; Polizia Postale) che nulla sanno di scuola, insegnamento, educazione, pedagogia; la “selezione avversa delle videoclip contestate” che peraltro rappresenta mediamente lo 0,1-0,2% dell’intera registrazione; la “drammatizzazione delle trascrizioni”; l’assenza di un criterio temporale oggettivo per definire “abituale” un gesto o un maltrattamento; la “visione parziale” delle videointercettazioni da parte di giudici e avvocati e via discorrendo.
Posto che non ci troviamo in un sistema totalitario, né tantomeno in guerra, riteniamo davvero appropriato, legittimo, funzionale, equo e conveniente adottare siffatti metodi d’indagine alle scuole, come fossimo di fronte a mafia, criminalità o terrorismo? Personalmente nutro più di un dubbio e provo al contempo meraviglia che istituzioni e sindacati restino silenti di fronte a queste indagini a oggi quasi raddoppiate rispetto al 2018. Sempre di più si insinua il dubbio che si tratti piuttosto di un fenomeno di isteria collettiva (come avvenne tempo addietro in seguito a racconti fantasiosi di bambini per i casi di Rignano Flaminio in ambito scolastico e nella Bassa Modenese in ambito familiare) che ha colpito – stranezza da non sottovalutare – solo il nostro Paese in tutto l’Occidente.
Il rapporto di fiducia tra famiglie e insegnanti viene oggi completamente minato, la categoria professionale delle maestre è messa all’indice e, al contempo, vengono sfiduciati i dirigenti scolastici che sono i veri e unici responsabili dell’incolumità degli alunni.
Sarà per tutto questo che, al termine dell’intervista, Gherardo Colombo auspica un imminente e necessario dibattito sull’argomento. A questa richiesta non posso che unire la mia voce, posto che il nuovo anno scolastico sta per avere inizio.


Orizzontescuola