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Discussione: La chiamata diretta dei prof? È incostituzionale

  1. #61
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    Chiamata diretta per decine di migliaia di docenti, a partire da settembre


    I dati che arrivano dai sindacati ma anche dallo stesso Ministero sono a dir poco allarmanti: per il prossimo anno scolastico si prevedono almeno 150mila docenti precari assunti per garantire il funzionamento delle scuole. In pratica un docente su 6, forse addirittura uno 5, avrà un contratto a tempo determinato, con tutte le conseguenze del caso (mancanza di continuità didattica innanzitutto).
    La questione ha risvolti particolarmente preoccupanti soprattutto perchè in alcune province e per alcune classi di concorso le graduatorie sono ampiamente esaurite, e non da oggi.
    Per non parlare dei posti di sostegno non assegnati per il ruolo che ormai, solo casualmente, vengono coperti con precari specializzati.
    Nelle province del Nord già nei primi giorni di lezione i dirigenti sono costretti a ricorrere alle graduatorie di istituto per garantire il servizio scolastico, ma molto spesso non bastano neppure quelle e in cattedra vengono chiamati docenti che hanno presentato la cosiddetta MAD, la “messa a disposizione”.
    Per “mettersi a disposizione” è sufficiente inviare una semplice mail alla scuola allegando (ma non è obbligatorio) un proprio curricolo. Ovviamente bisogna avere il titolo di studio adeguato, ma alle volte anche senza il titolo si può ottenere una supplenza più o meno lunga: e così con una laurea in lettere si riesce ad avere un posto nella scuola dell’infanzia e con una laurea in informatica si può essere chiamati per una supplenza di inglese alla secondaria di primo grado.
    Vale insomma la regola della “domanda e dell’offerta”: se sul territorio noni ci sono docenti “giusti” i dirigenti chiamano quelli che sembrano più adatti.
    Ma con criterio vengono assunti i docenti che delle MAD?
    In realtà non c’è nessun criterio, ogni scuola si organizza come vuole e come può.
    Non c’è nessuna regola da seguire e nessuna graduatoria da rispettare.
    Molto spesso i docenti delle MAD vengono chiamati grazie al passaparola: il dirigente della scuola X chiede al collega della scuola Y se l’insegnante Z, che di aver già lavorato nella scuola Y, sia affidabile o se abbia creato problemi.
    Oppure l’insegnante AB viene chiamato perchè è figlio di un docente della stessa scuola o perchè ha già collaborato per un progetto finanziato dal Comune o da altri.
    Insomma attraverso il meccanismo della MAD il dirigente nomina chi ritiene.
    Si potrebbe parlare di “chiamata diretta” ma in realtà non è così perchè nella chiamata diretta il dirigente deve (o meglio doveva) fissare criteri che dovevano essere resi pubblici.
    Con la MAD il meccanismo non è discrezionale ma ancora di più
    Ma, curiosamente, nessun sindacato formula obiezioni; anzi tutti i sindacati parlano delle MAD come se fossero la cosa più normale del mondo.
    Il sospetto è che i sindacati non siano contrari in linea di principio alla chiamata diretta: sono contrari solo se la chiamata diretta è in qualche modo codificata, se però avviene in modo informale va benissimo e se riguarda decine di migliaia di insegnanti pazienza.


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    Chiamata sotto fuoco amico


    Fuoco amico sul disegno di legge sulla cancellazione della chiamata diretta e degli ambiti territoriali (C. 2005). Il provvedimento, già approvato dal senato, è stato posto all’esame della VII commissione istruzione della camera dei deputati il 4 febbraio scorso. Ed ha incontrato l’aperta contrarietà di Italia Via, la formazione che fa capo all’ex segretario del Pd, Matteo Renzi. In particolare, Gabriele Toccafondi (IV) nel corso dei lavori della commissione ha evidenziato il suo orientamento contrario alla proposta di legge per diversi ordini di motivi. Secondo il deputato renziano la proposta è volta ad abrogare specifiche disposizioni della legge n.107 del 2015, approvata con il governo Renzi, alla quale egli stesso, come sottosegretario del ministero dell’istruzione, aveva al tempo lavorato. Toccafondi ha fatto presente, inoltre, che il parlamento non può procedere nell’esame dei provvedimenti senza conoscere la posizione del ministro di riferimento. Nel caso specifico, di Lucia Azzolina, ministra dell’istruzione in quota Movimento 5 stelle. E che lo stesso ufficio di presidenza della VII commissione aveva concordato di bloccare temporaneamente la calendarizzazione di proposte di legge fino alle dichiarazioni programmatiche della neoministra.
    La pregiudiziale della previa audizione della ministra è stata posta anche dagli esponenti degli altri partiti, con la sola eccezione del movimento 5 stelle, i cui rappresentanti si sono astenuti dall’intervenire. In ogni caso, si sono detti contrari alla proposta non solo Italia Viva, per bocca di Toccafondi, che fa parte dell’attuale maggioranza di governo, ma anche Forza Italia, tramite un intervento di Valentina Aprea. Gli unici interventi a favore della cancellazione della chiamata diretta e degli ambiti territoriali sono stati espressi da dalla Lega, tramite il deputato Rossano Sasso. L’impasse in commissione pone dubbi circa la reale possibilità di giungere ad una rapida approvazione del provvedimento, il cui iter era giunto alle battute finali qualche giorno prima che la Lega si sfilasse dal precedente governo. Resta da vedere se si sia trattato di un mero incidente procedurale oppure vi sia un problema di numeri alla camera, superabile solo ponendo sul provvedimento l’ennesima fiducia al governo.
    La palla passa ora alla ministra Azzolina: l’unica che in questa fase potrà chiarire quale sarà la posizione del governo Conte 2 sulla cancellazione della chiamata diretta e degli ambiti territoriali. Quanto ai contenuti, la proposta di legge prevede l’abrogazione espressa dei commi 18, 80, 81 e 82 dell’articolo 1 della legge 107/2015. Vale a dire, delle norme che istituiscono gli ambiti territoriali e la cosiddetta chiamata per competenze. Gli ambiti territoriali sono estensioni geografiche pari all’ampiezza di circa due distretti scolastici nei quali è stato suddiviso il territorio nazionale.
    Ad ogni ambito è assegnata una dotazione organica di docenti. E i docenti non titolari, perché senza sede o in esubero, e i docenti neoassunti vengono assoggettati ad un sistema di assegnazione della sede che avviene per chiamata diretta da parte dei dirigenti scolastici. I docenti interessati stipulano con il dirigente scolastico un contratto di durata triennale e, secondo la legge 107/2015, non assumono mai la titolarità della sede. Fin qui le disposizioni vigenti.
    Dall’anno scorso, però, grazie a una norma contenuta nella legge di Bilancio, che vieta l’assegnazione dei docenti agli ambiti territoriali, il contratto sulla mobilità (si veda l’articolo 8, comma 6) ha disposto l’assunzione della titolarità della sede per i docenti titolari di incarico triennale e della titolarità sulla provincia dei docenti senza sede. Ma questa clausola negoziale, attualmente, sembrerebbe priva di copertura legale. Il comma 796, dell’articolo 1, della legge di Bilancio, infatti, si limita a disporre che «a decorrere dall’anno scolastico 2019/2020, le procedure di reclutamento del personale docente e quelle di mobilità territoriale e professionale del medesimo personale non possono comportare che ai docenti sia attribuita la titolarità su ambito territoriale».
    Ma non prevede l’abrogazione delle norme della legge 107/2015, che istituiscono e regolano gli ambiti territoriali e la chiamata diretta. Di qui la necessità di un provvedimento legislativo che lo preveda espressamente, mettendo in sicurezza le pattuizioni contenute nel contratto sulla mobilità.
    E a questo provvede la proposta di legge Granato (M5s). Che abroga le norme specifiche della legge 107/2015 e introduce anche delle modifiche che legittimano il contenuto delle norme contrattuali.
    In particolare, il disegno di legge, oltre a prevedere l’abrogazione delle norme istitutive di ambiti e chiamata diretta, dispone che il personale docente titolare su ambito territoriale dal 1° settembre 2018 assuma la titolarità presso l’istituzione scolastica che gli abbia conferito l’incarico triennale.


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