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Discussione: Tagli, precari e classi pollaio: bentornati a scuola

  1. #51
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    Scuola, l’ira dei presidi: “Nulla è cambiato, da settembre avremo ancora classi pollaio”


    Mentre i presidi hanno raccolto le domande di iscrizione alla classi prime, rimbalza l’interrogativo: con quali numeri saranno composte? “Non c’è nulla che lasci pensare che i nostri figli a settembre andranno in classi meno numerose: nulla”. Angela Mambretti Nava, voce dei Genitori democratici, alza la resa sulle “classi pollaio”, bandiera del movimento 5 Stelle, che voleva abolirle, e della stessa ministra Lucia Azzolina. I dirigenti scolastici attendono di giocare la partita a marzo, quando si discuterà di organici. Ma nel frattempo devono fare i conti coi numeri di sempre, aggravati dal fatto che l’anno scorso non ci sono stati bocciati, col distanziamento e aule piccole che non possono usare a causa del covid che una cosa poteva cambiare, le classi sovraffollate, e che comunque ha influenzato le scelte delle famiglie.
    Raccontano i dirigenti che molti genitori hanno preferito scuole vicino a casa, che hanno chiesto garanzie sulle misure di sicurezza anti-contagio messe in campo, che alla primaria c’è stato il fenomeno di un aumento delle richieste nelle scuole con spazi all’aperto, che praticano l’outdoor education. Mentre alle superiori la tenuta dei tecnici – sebbene i licei continuino ad avere il primato, preferiti da uno studente su due – può essere il segnale di una scelta verso indirizzi che danno anche uno sbocco lavorativo, non solo universitario, in vista di un futuro incerto, economicamente di crisi.
    Le voci dei presidi
    “Tutti i dati statistici dicono che il Paese ha bisogno di tecnici, e noi stiamo verificando una crescita di interesse, mentre rimangono criticità nei professionali – osserva Egidio Pagano, voce dell’Anp di Catania e dirigente dell’istituto tecnico-tecnologico e professionale Marconi-Mangano – noi abbiamo avuto un aumento del 30%. Le classi? Da anni chiediamo numeri ridotti, serve prima di tutto alla qualità della didattica, al di là della pandemia. Speriamo in provvedimenti sugli organici”.
    In alcuni casi si è registrato un aumento delle domande negli indirizzi di informatica. “Hanno passato tanto tempo al pc e nei media è passato il messaggio dell’importanza delle piattaforme digitali: forse questo ha influito” ragiona Paolo Pergreffi che dirige l’istituto tecnico industriale Fermi di Modena. E così Edoardo Soverini che guida l’istituto Belluzzi-Fioravanti di Bologna dove le iscrizioni al tecnico hanno segnato un +8%: “Abbiamo avuto un boom in informatica forse legato alla fase che stiamo vivendo”. Un segnale confermato anche in Piemonte dove tra gli istituti tecnici spicca una sorta di travaso dagli indirizzi economici a quelli industriali (i primi scendono da 11 a 9,6%, i secondi salgono da 22,3 a 23,7) coi corsi di informatica e telecomunicazioni che passano da 6,5 a 9%.
    Sempre a Bologna ha avuto successo il liceo artistico, l’unico in città: 118 domande in più dello scorso anno, e la preside Maria Grazia Diana se lo spiega così: “In questi mesi di Dad e lockdown i ragazzi hanno avuto a disposizione strumenti digitali e noi abbiamo aperto Facebook, Instragram, Tik tok per presentare la scuola insieme a loro. Offerta che rispecchia il loro mondo. In questa situazione hanno preso più confidenza con questi spazi virtuali, forse anche docenti si sono allineati su queste dinamiche, abbiamo cercato di fare didattica online più vicina a studenti, forse questa è una delle cause dell’entusiasmo nelle iscrizioni”.
    Al liceo Elsa Morante a Napoli, con sedi a Scampia e Secondigliano, i genitori hanno chiesto garanzie sui mezzi di trasporto. Lo racconta la preside Giuseppina Marzocchella, che aggiunge: “Avere classi meno numerose sarebbe importante, a prescindere dal Covid, soprattutto nelle scuole come le nostre che sono in territori difficili”. Sospira Maurizio Franzò, preside all’Iss Curcio di Ispica, in provincia di Ragusa: “Ci aspettiamo da sempre una riduzione al ribasso nella composizione delle classi, ma ad oggi non si vede nulla”.
    C’è anche il risvolto della medaglia, a iscrizioni chiuse e a piani edilizi e organici invariati. Osserva la preside Raffaella Massacesi del liceo Montale, con tre sedi nella prima periferia di Roma: “Se diminuiamo il numero di alunni per classe l’esubero diventerà maggiore. C’è un problema strutturale nell’offerta formativa territoriale, il nostro indirizzo in Scienze umane è unico in zona: qui ho un esubero di 15 alunni, se dovrò formare classi di 20 ne avrò 45 fuori: dove li mando?”.
    La partita “si gioca più avanti, per ora ragioniamo sui vecchi numeri – spiega Ludovico Arte, preside del tecnico per il turismo e del liceo linguistico Marco Polo di Firenze – le classi pollaio da 29-30 alunni al momento sono confermate, è una banalità dirlo, ma la prima innovazione da fare nel mondo della scuola sarebbe sulla riduzione del numero di alunni per classe: una priorità per la didattica”.
    La protesta: basta classi pollaio
    Dopo aver combattutto per la ripresa in presenza e in sicurezza delle scuole superiori, il comitato Priorità alla scuola continua nella protesta per il passo successivo: migliorare la scuola, a partire dalle classi pollaio da abolire. Bisogna intendersi sul termine. I tetti per la formazione delle classi ad oggi sono: da 27 a 30 per le superiori, 27 sino a un massimo di 28 alle medie, 26 (27 in caso di iscritti in eccedenza) alla primaria, 26 alla materna (in caso di esuberi non si può superare i 29).
    Nel rapporto sull’edilizia scolastica della Fondazione Agnelli (Laterza, 2020 – dati 2019) viene rilevato che le classi prime alle superiori con più di 30 studenti sono l’1%, mentre la media alla primaria è di 19 alunni per classe, di 21 alle medie e di 22 alle superiori (qui si va dalla media più bassa di 19 in Sardegna alla più alta di 22,7 in Lombardia).
    Medie che non tengono conto di situazioni difficili, soprattutto nelle città metropolitane. E comunque si è lontani dall’avere 15-20 studenti per classe, ambienti di apprendimento dove diventa possibile una didattica rinnovata. La pandemia, che ha costretto al distanziamento, doveva rappresentare l’occasione di un cambiamento strutturale che va ad incidere su edilizia e organici. La scuola ora guarda alle risorse del Recovery. E dunque questa rivoluzione sembra possibile sebbene appaia ancora una chimera. “C’è molto dibattito politico intorno a questo e per ora scelte concrete non ce ne sono state – spiega Antonello Giannelli, presidente dell’Anp – affinchè le classi siano meno numerose è necessario aumentare le aule e i docenti, lo ribadiamo da anni ormai”.
    Conferma Alessandra Francucci, voce dell’associazione nazionale dirigenti scolastici: “Fondi specifici per sgonfiare le classi non sono stati previsti e non c’è stata data nessuna indicazione nella composizione delle classi rispetto a un’auspicabile riduzione degli alunni. Sarà oggetto di concertazione in una fase successiva alle iscrizioni”. Poi chissà. Per ora all’orizzonte, dentro alla crisi di governo, c’è solo l’accordo tra il Mef e il ministero all’Istruzione di evitare la riduzione di personale, nonostante il calo demografico degli alunni, insomma di tenere l’organico stabile con un aumento sul sostegno. Poco, molto poco.
    Termoscanner e giardini nella scelta della primaria
    Agli Open Day, svolti a distanza, tra le domande delle famiglie c’era anche quella sull’organizzazione della scuola rispetto alle misure anti-contagio. “L’interrogativo era su come abbiamo affrontato l’anno in termini di sicurezza e il fatto di avere anche i termoscanner è stato un elemento rassicurante, così come ha pesato il modello organizzativo e l’offerta didattica digitale – racconta Rosamaria Lauricella, preside dell’Istituto comprensivo Valente a Roma – inevitabile infatti che la situazione a setembre ci vedrà ancora in emergenza”. Poi sono cresciute le iscrizioni nelle scuole all’aperto: alle Longhena, primaria in collina a Bologna, le domande sono state 121 a fronte di 75 posti e sono aumentate le richieste alle Don Marella, istituto aderente alla Rete “Scuole all’aperto”: “L’aumento nelle scuole che fanno educazione all’aperto c’è stato, a conferma di una scelta corroborata dalla situazione pandemica – spiega la preside Filomena Massaro – rispetto ad altri anni è stato un elemento in più di valutazione da parte delle famiglie”.


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    Sos dei presidi: «Con Covid ancora classi pollaio»


    La tradizione delle “classi pollaio” da 27-30 alunni va avanti anche in epoca Covid. La denuncia arriva dall’associazione presidi per voce del referente di Roma e Lazio, Mario Rusconi, che spiega: «Ci ritroviamo a pochi giorni dalla scadenza per consegnare l’organico del prossimo anno scolastico con il vecchio parametro dei 27 alunni per classe alle superiori e la possibilità di arrivare anche a 30. Siamo delusi perché solo qualche mese fa il presidente del Consiglio aveva annunciato l’eliminazione delle classi pollaio. La situazione, invece, rimarrà invariata». Il riferimento è alle dichiarazione del premier Giuseppe Conte di quest’estate quando disse che non sarebbero state più tollerate le classi pollaio.
    Il piano prevedeva spazi maggiori per gli studenti, che in alcuni casi sono stati effettivamente trovati, in altri no. Qualche esempio: di recente al liceo Democrito di Roma sono arrivate 10 nuove aule costruite in bioedilizia leggera, mentre all’artistico Enzo Rossi la situazione è ancora difficile. «Nella nostra scuola siamo già in sofferenza con gli spazi – racconta il preside Danilo Vicca -, con il distanziamento prescritto possiamo avere contemporaneamente in presenza al massimo il 75% degli studenti. Le aule permettono mediamente di accogliere 24-25 studenti in tempi ordinari, in questo periodo non più di 15-18. Quindi per il prossimo anno o riducono il numero, o mi tocca rinunciare a parte delle iscrizioni».
    L’alternativa sarebbe “arrendersi” alla Dad. «Il premier Conte promise che il governo non avrebbe più tollerato le classi pollaio. Alla luce di questo solenne impegno, il grido di allarme lanciato oggi dai presidi è clamoroso», attacca la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini.
    Anche il sindacato degli insegnanti Gilda si unisce al coro: «L’eliminazione delle classi pollaio fu un impegno assunto dalla ministra Azzolina in un incontro con i sindacati a luglio, durante il quale comunicò la possibilità di derogare ai criteri sul numero di alunni per aula. E invece tra pochi giorni gli organici saranno definiti esattamente con gli stessi criteri, cioè con classi che, soprattutto nelle grandi città, supereranno i 30 studenti».
    A fronte di questa situazione, secondo Rusconi dell’Anp, «da settembre si produrranno due effetti negativi. Il primo è che con 27 alunni in un’aula il distanziamento è impossibile e sarà inevitabile proseguire con la Dad. Il secondo riguarda la didattica: è difficile seguire 27-30 ragazzini al primo anno delle superiori, in media 7-8 di loro sono condannati alla dispersione scolastica, che costa molto di più alla comunità».



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  3. #53
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    Genova, la rivolta dei presidi: “No alle classi con 27 alunni”


    «Non farò classi con più di 22 studenti. Se non saranno accettate sarà il Ministero a prendersi la responsabilità dei contagi a scuola » . La provocazione arriva da Gianfranco Spaccini, preside al liceo King di Sturla.
    In questi giorni è alle prese con la richiesta degli organici e la formazione delle classi per il prossimo anno scolastico. «Peccato che nella circolare del ministero, arrivata lo scorso novembre, si parli di classi con almeno 27 allievi spiega il dirigente del liceo — Dopo mesi che sentiamo parlare di distanziamento e piani di qualunque tipo per arginare i contagi a scuola ci ritroviamo a dover organizzare classi con quasi 30 allievi. È una follia».
    La circolare
    Tanto che il preside è già pronto a rivedere i numeri per il prossimo anno: al liceo King che conta quasi mille allievi ci saranno 50 classi.
    « Ho già previsto 22 ragazzi per ogni sezione, non di più. Le iscrizioni sono andate bene, ci saranno sette sezioni in più rispetto allo scorso anno — continua Spaccini — Se rispettassi le indicazioni del ministero sarebbero comunque cinque classi in più ma non mi sentirei sicuro. Qui con l’alternanza al 50% di intere classi ci sono sezioni con 24 allievi tutti in presenza e nonostante il rispetto delle distanze di sicurezza e l’utilizzo dei dispositivi di protezione quando si entra in aula c’è già la sensazione di essere al limite. Figurarsi se dovessimo avere 27 ragazzi nella stessa classe. Se non mi saranno concesse classi da 22 studenti sarà il ministero a prendersene la responsabilità».
    I presidi in queste ore stanno inviando all’ufficio scolastico regionale le richieste degli organici per il prossimo anno che verranno soddisfatte in base alle risorse del ministero. Per ottenere classi con numeri più ridimensionate rispetto ai 27 allievi dovrebbe essere concessa una deroga.
    Gli altri
    E a dar man forte al preside del liceo King ci sono anche altri dirigenti genovesi.
    «Nella circolare, un documento datato che non è stato aggiornato in funzione dell’attuale situazione sanitaria, si parla di classi da 27 a non oltre i 32 allievi — conferma Pietro Poggio, preside dell’istituto Vittorio Emanuele Ruffini — Numeri che a oggi andrebbero certamente rivisti al ribasso. Qui stiamo andando avanti con la didattica a distanza al 50% per ogni classe. Se si tornasse tutti in presenza, con queste indicazioni avremmo non poche difficoltà a garantire la sicurezza».
    L’istituto di Largo Zecca per il prossimo anno conterà 11 prime, due sezioni in più ( una nel corso socio sanitario e l’altra per quello di grafico) con 800 studenti complessivi.
    « Siamo una scuola sovraffollata, ora più che mai alla continua ricerca di spazi e non è facili trovarli — continua il preside Poggio — Dallo scorso anno stiamo portando avanti diverse trattative ma siamo riusciti ad avere solo qualche aula in più in via Balbi mentre sono saltate le altre possibili soluzioni nell’area del Porto Antico e all’Albergo dei Poveri. Trattative che si sono congelate per l’emergenza sanitaria ma dobbiamo trovare gli spazi prima dell’avvio del nuovo anno scolastico. La prossima settimana incontreremo i funzionari della città metropolitana per capire il da farsi».
    Mentre i numeri faticano a tornare anche al liceo classico d’Oria. I nuovi iscritti sono in linea con lo scorso anno, a settembre partiranno nove prime. «Ma avremo comunque bisogno di due sezioni in più, chiederemo all’ufficio scolastico 43 classi complessive e con quelle non avremo più spazi disponibili. Siamo al completo — spiega la preside Maria Aurelia Viotti che in questo periodo ha avviato un sistema di rotazione con metà degli allievi per classe che seguono le lezioni da casa — Anche qui ci sono classi molto numerose, da 27 e più allievi. Numeri che andrebbero sicuramente rivisti al ribasso finché dovremmo continuare a convivere con il rischio contagi».


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  4. #54
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    Restano tutte le classi pollaio


    Organici invariati per i posti comuni. Dunque, classi pollaio anche per il prossimo anno. Ma 1.000 posti in più di potenziamento nella scuola dell’infanzia e 5 mila posti di sostegno in più in organico di diritto. Tagli nei professionali: 486 cattedre e 164 posti di insegnante tecnico-pratico in meno. Questo il quadro che emerge dalle tabelle predisposte dal ministero dell’istruzione, allegate alla bozza del nuovo decreto sugli organici, di cui si sta discutendo oggi a viale Trastevere tra i rappresentanti dell’amministrazione e delle organizzazioni sindacali. Dunque, la riduzione del numero di alunni per classe, più volte auspicata per migliorare la qualità del processo didattico-apprenditivo e ridurre il rischio dei contagi da Covid-19, non ci sarà. Salvo una lieve riduzione del rapporto tra il numero degli alunni e il numero delle classi derivante dal calo demografico.
    Nel corrente anno scolastico, peraltro, vi sono 69.256 alunni in meno rispetto allo scorso anno. Il trend è costante ormai da alcuni anni e non accenna a diminuire. Quest’anno, però, vi sarà comunque un lieve aumento del numero dei docenti di circa 5.400 unità. Che deriva da un incremento di 5 mila posti di sostegno e dalla costituzione di 1.000 posti di potenziamento nella scuola dell’infanzia, a fronte della diminuzione del numero di docenti laureati (-486) e Itp (-164) negli istituti professionali. Resta il fatto, però, che si tratta di scostamenti irrilevanti rispetto alla media del numero degli alunni per classe, che resta comunque elevata. Oltretutto va fatto rilevare che la media non è un dato utile a tastare il polso alla situazione. Perché i dati sul territorio sono disomogenei.
    Molto spesso, infatti, per evitare di chiudere plessi e sezioni staccate nei piccoli paesi, vengono autorizzate classi con pochissimi alunni. E ciò viene compensato sovraffollando le classi ubicate nelle sedi centrali delle istituzioni scolastiche. Pertanto, non sono rari i casi in cui la stessa istituzione scolastica comprenda classi al di sotto dei parametri minimi e classi sovraffollate. Quanto ai numeri in senso stretto, il ministero dell’istruzione prevede che il prossimo anno i posti comuni in organico di diritto rimarranno sostanzialmente invariati.
    Sono previsti 620.623 cattedre su posto comune. Salvo i tagli da apportare comunque nei professionali (-486 docenti laureati e -164 Itp). I posti di sostegno saranno complessivamente 106.170, compreso l’incremento di 5 mila unità disposto dalla legge di bilancio (legge 178/2020). Infine, i posti comuni di potenziamento saranno pari a 50.202 unità. Dato che comprende anche i 1.000 posti in più previsti dalla legge di bilancio, che dispone l’introduzione di queste figure anche nelle scuole dell’infanzia. L’organico di diritto previsto per il prossimo anno scolastico, dunque, assommerà a circa 770 mila docenti. A questi bisognerà aggiungere, dal 1° settembre prossimo, 14.412 posti in più, in massima parte docenti di sostegno. Che andranno a costituire la dotazione aggiuntiva che sarà attribuita in organico di fatto. Vale a dire, il contingente in più che viene assegnato a livello territoriale per fare fronte alla copertura dei posti di sostegno effettivamente necessari e a garantire, in via meramente residuale, i docenti necessari quando si verifica qualche sdoppiamento di classi all’ultimo momento. La novità di quest’anno, dunque, è data dall’incremento dei posti di sostegno (+5 mila) e dall’introduzione dei posti di potenziamento (1.000) nella scuola dell’infanzia.
    La distribuzione di questi ultimi avverrà in modo direttamente proporzionale al numero degli alunni frequentanti. Il criterio individuato dal ministero, infatti, è il rapporto tra gli alunni di scuola dell’infanzia della regione e il numero degli alunni su base nazionale. Più complesso, invece, il criterio adottato per la distribuzione tra regioni del contingente dei 5 mila docenti di sostegno in più. Il principio che il ministero dell’istruzione intende applicare, infatti, prescinde dalla gravità dei casi (la gravità dell’handicap di cui gli alunni sono portatori). E prevede l’assegnazione dei posti in più nelle regioni dove il rapporto alunni disabili-docenti di sostegno è più alto. Per esempio, nella sola Lombardia è prevista l’assegnazione del 20,28% dei 5 mila docenti aggiuntivi. Ciò perché in Lombardia il rapporto alunni-sostegno è pari a 3,56.
    La regione governata da Attilio Fontana, dunque, assorbirà ben 1.049 dei 5 mila docenti di sostegno in più previsti a livello nazionale, a fronte di 48.589 alunni disabili. Al Sud, invece, alla Campania, con un rapporto pari a 2,23, e alla Sicilia, che ha un rapporto di 2,36, a fronte, complessivamente, di 57.882 alunni disabili, andrà il 19,4% del contingente, pari a 970 docenti: 495 in Campania (9,9%) e 475 (9,5%) in Sicilia. In buona sostanza, dunque, il criterio previsto dal ministero non tiene presente che agli alunni più gravi viene assegnato un docente (rapporto 1:1) e a quelli meno gravi un docente ogni due alunni (rapporto 1:2) o un docente ogni 4 alunni (1:4).


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  5. #55
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    Classi pollaio più forti del Covid, le norme Gelmini valgono ancora: 30 alunni alle superiori, no sdoppiamenti



    Dopo la comunicazione delle scuole agli Ambiti territoriali delle decisioni dei Collegi dei docenti sulle quote di autonomia, sta entrando nel vivo la “partita” degli organici. Da questi, infatti, deriveranno eventuali soprannumerarietà, sulla base delle graduatorie d’istituto dei docenti di ruolo. In molti casi, però, il quadro non è ancora definito. Innanzitutto perché per alcune settimane potrebbero esserci integrazioni derivanti dall’organico di fatto. Ma anche perché vi sono casi in cui i dirigenti scolastici, ma anche le famiglie, chiedono all’ufficio di competenza di poter formare classi sinora negate.
    Peggio del 2020
    Il problema è che, come un anno fa, le norme rimangono immutate, ferme ai parametri introdotti col dimensionamento Tremonti-Gelmini, in particolare con la famigerata Legge 133 del 2008. Solo che in queste condizioni la richiesta del Comitato tecnico scientifico di rispettare il distanziamento fisico non è certo agevolata: quasi sempre, infatti, gli alunni vengono collocati in aule che non superano i 40-50 metri quadri.
    Continuano quindi a formarsi, anche in piena pandemia, classi con oltre 30 alunni, a volte anche in presenza di disabili. Il tutto in ossequio alle rigide norme sulle formazioni di classi iniziali.
    Anzi, le cose vanno pure peggio: perché per il 2020 il governo aveva approvato una deroga che prevedeva, in particolari casi, classi da non più di 23 alunni. Oggi di quella deroga non c’è più traccia.
    La denuncia
    Su questo tema, la nostra redazione continua a ricevere lamentele. Ed è di questi giorni la denuncia pubblica di Mario Rusconi, presidente Anp Lazio-Roma sulla “composizione delle classi”, perchè nulla è stato fatto “nel ritorno a scuola da settembre 2020 ad oggi. Risultano classi che possono variare da 22 a 29/30 alunni, talvolta con la presenza di alunni disabili”, dice il sindacalista.
    Secondo Rusconi “è grave che, ad oggi, non sia stata cambiata la norma che prevede una tale composizione numerica. Rischiamo di tornare” in presenza al 100% “con classi sovraffollate, che costituiscono non solo un potenziale pericolo per la salute dei nostri ragazzi, ma anche un danno formativo grave per quegli studenti più fragili”.
    I numeri delle classi
    Ricordiamo che i parametri minimi per la formazione delle prime classi prevedono numeri piuttosto elevati: 18 alunni all’infanzia, 15 alla primaria, 18 alle medie e 27 alle superiori. A meno che non vi siano disabili: nel caso siano gravi non si potrebbe andare oltre le 20 unità (indicazione che però nei fatti spesso viene superata).
    Senza disabili si può arrivare a classi da 29 alunni nella scuola dell’infanzia, 27 alla primaria, 28 alle medie e 30 alle superiori. Numeri davvero alti, che anche in questo caso non di rado vengono oltrepassati.
    Ma non finisce qui. Perché per la formazione delle classi intermedie, soprattutto alle superiori, i dirigenti concedono difficilmente classi attorno ai 15 alunni, così capita che la classe si sopprime.
    La politica dell’amministrazione è semplice: non vi devono essere aggravi di spesa rispetto a quanto prefissato. Come dire: il diritto allo studio si può assolvere altrove, ma senza mai uscire dai conti prefissati. Se poi a rimetterci è l’alunno, che deve farsi decine di chilometri al giorno per raggiungere la scuola, non è un problema.
    I vincoli scattano anche sulla concessione di classi aggiuntive. Se, ad esempio, ad una scuola giungono richieste di iscrizioni superiori alle classi “concesse” dall’ufficio scolastico, la scuola è costretta a rifiutarne una parte.
    Il caso Atri: 46 iscritti, solo una classe
    È il caso di Atri, nel teramano, dove al liceo scientifico ad indirizzo sportivo dell’IIS ‘Adone Zoli’ sono giunte un alto numero di domande di iscrizione al prossimo anno scolastico, in tutto 46. Un numero che sembrerebbe perfetto per creare due classi da 23. Invece, non se ne parla: l’ex Provveditorato concede solo una classe, magari da 26-28.
    Almeno una quindicina di ragazzi dovranno trovarsi un’altra scuola. Con il rifiuto dell’amministrazione, in pratica, si crea un doppio danno: lo spostamento obbligato di tanti ragazzi, probabilmente su un altro corso di studio o in un’altra località, considerando che il liceo sportivo non è presente in tutti gli istituti superiori; ma anche la formazione di una classe con il massimo numero.
    Le proteste del sindaco
    Le agenzie di stampa riportano che il sindaco di Atri, Piergiogio Ferretti, ha scritto al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: non si dà pace, non comprende perché non si possano creare due classi prime.
    Lo scorso 5 febbraio aveva scritto anche all’Ufficio scolastico regionale “senza ottenere risposta”.
    “Sin dalla prima istituzione del Liceo ad indirizzo sportivo – ha detto il sindaco – si è attuata una serie di investimenti tesi a incoraggiare lo sviluppo di tale indirizzo”.
    Di fronte al rifiuto della seconda classe si dice “basito e sconvolto: il fatto che un istituto della città di Atri raccolga così tanti iscritti – dice – è solo una notizia positiva che deve rallegrarci e devono essere messe in campo tutte le azioni per accogliere al meglio gli studenti. Invece si nega loro il diritto a scegliere, come hanno potuto fare i loro coetanei, il proprio indirizzo di studi preferito”.
    Il sostegno della Regione Abruzzo
    Anche il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, sostiene le ragioni del sindaco e degli studenti di Atri. “È paradossale che ormai da troppi anni ci si ritrovi quasi sempre a dover chiudere classi o intere scuole perché gli alunni diminuiscono, soprattutto nelle aree interne dove non reggono determinati parametri, e quando invece ci sono richieste importanti si costringono i ragazzi a scegliere altri indirizzi o altri luoghi”.
    “Il sindaco – dice Marsilio – ha pienamente ragione nella sua protesta e noi sosterremo insieme a lui, nei confronti del ministro dell’Istruzione, questa protesta affinché autorizzi l’apertura della seconda classe”.
    La Regione Abruzzo, infine, era già all’opera per chiedere il riconoscimento del convitto e potenziare il liceo ad indirizzo sportivo.


    Tecnica della scuola
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    Classi prime da 29-30 alunni con disabili, a Roma è la regola. Anp Lazio scrive all’Usr: come si fa col Covid?


    “I dirigenti scolastici, ma anche le famiglie, chiedono all’ufficio di competenza di poter formare classi sinora negate”: lo avevamo scritto un paio di giorni fa, nell’annunciare che “sta entrando nel vivo la “partita” degli organici” e ricordando che “continuano a formarsi, anche in piena pandemia, classi con oltre 30 alunni, a volte anche in presenza di disabili. Il tutto in ossequio alle rigide norme sulle formazioni di classi iniziali”. L’articolo pubblicato dalla Tecnica della Scuola trova adesso conferma in una lettera dei dirigenti scolastici del Lazio aderenti ad Anp inviata al direttore generale dell’Usr Rocco Pinneri e al dirigente dell’Ambito territoriale di Roma Rosalia Spallino. Nella missiva, Anp Lazio spiega che attraverso il sistema telematico ministeriale Sidi ha scoperto che le classi del prossimo anno scolastico si formeranno esattamente come accadeva fino a prima del Covid: in base ai parametri, votati al risparmio, approvati nel 2008 quando nell’ultimo governo Berlusconi la scuola era guidata da Mariastella Gelmini.
    Disabili danneggiati due volte
    Ebbene, il sindacato dei dirigenti scolastici laziali ha scoperto, consultando il sistema telematico Sidi, che “in tutti gli ordini di scuola si osserva la costituzione di classi prime, con alunni disabili, superiori a 20 alunni, in diversi casi con 29-30 alunni di cui alcuni disabili”.
    Quindi, oltre alla creazione immotivata di nuove classi “pollaio” (ma non dovevano sparire?), si va in questo modo a creare un ulteriore danno: si nega il diritto allo studio dell’alunno disabile, che collocato in un gruppo-classe troppo numeroso compromette in modo evidente il suo processo di formazione ed integrazione.
    La normativa vigente, lo ricordiamo, prevede classi non più di 20 alunni in presenza di disabile grave. E massimo 25 qualora la disabilità sia di tipo non grave.
    Meno docenti e Ata
    Inoltre, l’Anp Lazio rileva “che in diverse situazioni l’organico consultabile da Sidi va” anche “a generare riduzione di organico, in modo immotivato rispetto alle richieste dei DS”. Quindi, questa “compressione” di alunni si andrà a ripercuotere sul numero di docenti e Ata, che sarà di conseguenza ridimensionato.
    In mancato rispetto della circolare per le iscrizioni 2021-2022, prot. 20651 del 12/11/2021, la quale prevede che il numero delle classi prime può corrispondere al numero delle classi quinte uscenti in un evidente equilibrio numerico di classi e organico, il sindacato sostiene che “si stanno osservando situazioni in cui il numero delle prime viene ridotto, portando la quantità di alunni per classe superiore ai 23-24 alunni in presenza di disabili anche gravi”.
    Come si fa a stare a scuola in sicurezza?
    La terza denuncia dell’organizzazione guidata da Mario Rusconi commenta, infine, il fenomeno delle numerose scuole nelle quali “il numero di alunni per ciascuna classe non rispetta le capacità di contenimento delle aule (segnalate dai DS nelle relazioni di invio organico): se questo è un problema in situazione normale, in situazione di emergenza sanitaria rappresenta un limite che rende concretamente impossibile l’attività didattica”.
    In sostanza, una classe da 27-30 alunni non può essere compatibile con il distanziamento imposto dal Comitato tecnico scientifico.
    Anp Lazio sostiene, quindi, che “le situazioni sopra esposte risultano del tutto incoerenti rispetto allo stato di emergenza sanitaria che stiamo vivendo”.
    La contraddizione
    Come si fa, chiede il sindacato, a frequentare la scuola “in aule sovraffollate? Oltre alla misura del distanziamento va tenuto in considerazione che, in ogni caso, attivare percorsi didattici inclusivi con la numerosità di studenti-classe che al momento si prevede, sarà materialmente impossibile”.
    La richiesta del sindacato dei presidi laziali è quindi quella di “procedere a rimodulazione, anche in eventuale deroga a vincoli di legge, delle situazioni critiche che ciascuna scuola sta segnalando, al fine di veder assicurati i diritti allo studio, alla salute e alla sicurezza per tutti gli studenti”.
    I numeri minimi e massimi
    Ma cosa dice la normativa sulla formazione delle classi? I parametri minimi per la formazione delle prime sono contenuti nella Legge 133 del 2008. E prevedono numeri decisamente elevati: 18 alunni all’infanzia, 15 alla primaria, 18 alle medie e 27 alle superiori. A meno che non vi siano disabili: nel caso siano gravi non si potrebbe andare oltre le 20 unità (indicazione che però nei fatti spesso viene superata).
    Senza disabili si può arrivare a classi da 29 alunni nella scuola dell’infanzia, 27 alla primaria, 28 alle medie e 30 alle superiori. Numeri davvero alti, che anche in questo caso non di rado vengono oltrepassati.
    Ma non finisce qui. Perché per la formazione delle classi intermedie, soprattutto alle superiori, i dirigenti concedono difficilmente classi attorno ai 15 alunni, così capita che la classe si sopprime.
    La politica dell’amministrazione è semplice: non vi devono essere aggravi di spesa rispetto a quanto prefissato.
    E i vincoli scattano anche sulla concessione di classi aggiuntive. Se, ad esempio, ad una scuola giungono richieste di iscrizioni superiori alle classi “concesse” dall’ufficio scolastico, la scuola è costretta a rifiutarne una parte.


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    Nuovo anno con le classi pollaio


    Anche nel prossimo anno scolastico le classi saranno formate secondo le vecchie regole. E cioè secondo i parametri dettati dal decreto del presidente della repubblica 81/2009: da un minimo di 18 alunni fino a un massimo di 26 alunni nella scuola dell’infanzia; da 15 a 26 alunni nella primaria; da 18 a 27 alle medie; da 25 a 30 alle superiori. Resta ferma anche la possibilità di derogare il numero massimo fino a un 10% in più. È quanto si evince dalla nuova circolare sugli organici predisposta dal ministero dell’istruzione, che dovrebbe essere emanata nei prossimi giorni. E previsto, comunque, un incremento di posti nell’organico di diritto, nell’ordine di 5mila unità di docenti di sostegno e di 1000 posti di potenziamento nella scuola dell’infanzia.
    I posti di sostegno in organico di diritto al 1° settembre prossimo, dunque, raggiungeranno quota 106.179 e i posti di potenziamento, complessivamente e per tutti gli ordini e gradi di scuola, si attesteranno nell’ordine di 50.502 unità. Va detto subito, peraltro, che l’incremento previsto dell’organico del sostegno previsto per il prossimo triennio è pari a 25mila unità: 5mila in più dal prossimo anno, 11mila dal 1° settembre 2022 e altri 9mila dall’anno scolastico 2023/2024. Resta confermato il taglio di 486 posti di insegnante tecno pratico e di 164 docenti laureati nei percorsi di istruzione professionale. Dunque, nonostante la pandemia in corso, il governo non ha ritenuto di introdurre disposizioni speciali per ridurre il numero di alunni per classe.
    Sarà possibile qualche scostamento dai parametri solo se nelle scuole di riferimento vi sarà un numero sufficiente di docenti di potenziamento. Fermo restando, però, che in presenza di spezzoni, i dirigenti scolastici dovranno assegnarli ai docenti di potenziamento astenendosi dal nominare supplenti. Sempre che il docente di potenziamento disponibile in organico insegni la stessa materia a cui è imputato lo spezzone. L’amministrazione scolastica, inoltre, ha raccomandato agli uffici periferici di operare sugli organici in modo tale da assorbire il più alto numero di spezzoni possibile. Anche attraverso un aumento del numero di ore di insegnamento settimanale da assegnare ai singoli docenti delle secondarie.
    Dunque, in deroga al limite massimo di 18 ore settimanali previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro. Lo spostamento in avanti del limite massimo che, però non dovrebbe eccedere le 20 ore, sarà finalizzato, oltre che ad assicurare sulle cattedre il maggior numero di docenti di ruolo, anche per limitare al minimo gli esuberi. Ciò anche tramite il consueto assemblaggio di spezzoni su cattedre ubicate in scuole diverse tramite la costituzione di cattedre orario esterne.
    Dirigenti scolastici: l’amministrazione centrale ha raccomandato di disporre l’accorpamento delle classi qualora, all’esito dell’acquisizione delle iscrizioni, dovesse risultare che il numero degli alunni sia inferiore a quello previsto. E tale numero sia insufficiente a giustificare la costituzione di due classi. Per contemperare la necessità di rispettare i parametri di legge e, al tempo, stesso, limitare il fenomeno delle classi pollaio, il ministero ha ricordato ai dirigenti scolastici che saranno possibili sdoppiamenti. Ma solo se ciò non comporterà incrementi di organico.
    Pertanto, in presenza di docenti di potenziamento in numero utile a coprire l’intero orario delle lezioni, i dirigenti potranno sdoppiare la classe numerosa assegnando la metà degli alunni agli insegnanti «curriculari» e l’altra metà ai docenti di potenziamento. Per quanto concerne l’imputazione dei posti di potenziamento alle classi di concorso e alle tipologie di posto, eventuali modifiche potranno essere disposte dall’ufficio scolastico solo se ciò non determinerà situazioni di esubero. Per esempio, se dovesse verificarsi il pensionamento di un docente della stessa disciplina e della stessa scuola del docente di potenziamento. In quel caso, il docente di potenziamento potrà essere assorbito sulla cattedra lasciata libera dal pensionamento e il posto di potenziamento potrà essere imputato ad altra classe di concorso o tipologia di posto. Fermo restando che i docenti di potenziamento dovranno assorbire gli spezzoni presenti in organico, con conseguente riduzione delle ore di potenziamento in senso stretto. Confermati anche i quadri orari. Nella scuola dell’infanzia, l’orario ordinario, anche il prossimo anno, sarà di 40 ore settimanali elevabili al 50 ore o riducibile a 25 su richiesta delle famiglie.
    Nelle scuole primaria l’orario ordinario delle lezioni resta fissato a 27 ore e il tempo pieno a 40 ore settimanali. In presenza di richieste sufficienti a costituire almeno una classe, sarà possibile autorizzare la riduzione a 24 ore. Nelle secondarie di I grado l’orario ordinario rimane fissato a 30 ore, elevabile nel tempo prolungato a 36 o anche fino a 40. Confermati anche gli orari delle superiori e la possibilità di assegnare per continuità didattica anche cattedre con più di 18 ore.


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    Classi pollaio, bisogna superare la “classe” come unità della organizzazione didattica


    Sulla necessità che il numero degli alunni per classe debba essere ridotto in modo significativo sono ormai tutti d’accordo.
    La battaglia contro le cosiddette “classi pollaio” che all’inizio della legislatura sembra essere appannaggio del Movimento 5 Stelle è diventa poco per volta condivisa da tutte le forze politiche.
    Ma finora non sono state adottate ancora misure significative se si eccettua il fatto che negli ultimi anni, nonostante il calo del numero degli alunni, non c’è stata alcuna riduzione degli organici.
    Adesso, con l’approvazione del Recovery Plan, il tema è tornato d’attualità e in più circostanze il Governo si è premurato di sottolineare che con le risorse del Piano sarà possibile affrontare il problema.
    Per la verità, però, nel documento approvato dal Consiglio dei Ministri non c’è traccia di finanziamenti dedicati.
    Per capire un po’ meglio la questione può essere però utile leggere la relazione presentata al Parlamento dal ministro Bianchi nella giornata del 4 maggio.
    Il Ministro ha spiegato che il Recovery Plan prevede una vera e propria riforma del sistema scolastico che ha come primo obiettivo quello di “fornire soluzioni concrete ad alcuni problemi che le scuole stanno vivendo con particolare sofferenza, il numero degli alunni per classe e il dimensionamento della rete scolastica”.
    Ma cosa significa questo?
    “I raffronti statistici presentano una situazione italiana che nella sua media non è diversa da quella di altri Paesi” ha spiegato Bianchi che ha subito aggiunto: “Tuttavia, in diverse realtà scolastiche il numero di alunni per classe supera la media nazionale con ricadute sia sulla qualità della didattica sia sui risultati”.
    “Per sostenere le istituzioni scolastiche interessate – ha concluso il Ministro – si intende intervenire per individuare soluzioni più efficaci e funzionali: gruppi flessibili di apprendimento, personalizzazione dei percorsi, interventi mirati per il miglioramento della qualità dei processi formativi, soprattutto attività indirizzate agli allievi più fragili. Si tratta di ripensare l’attuale modello scuola nell’ottica del superamento delle situazioni più difficili, tenendo conto la complessità sotto i diversi profili e nelle diverse aree geografiche”.
    In sostanza il ragionamento del Governo sembra essere: il rapporto fra numero docenti e numero alunni non è molto diverso da quello di molti altri Paese europei, ma in Italia c’è il problema che esiste una grande variabilità fra i diversi territori e i diversi ordini di scuola.
    E allora la soluzione non può che essere quella di rivedere il modello organizzativo, a partire dalla possibilità che gli organici vengano definiti non tanto con riferimento alle classi quanto piuttosto al numero complessivo di alunni.
    D’altronde c’è chi fa osservare che la “classe” statica non è l’unico modo per organizzare la didattica. Per esempio, per quale motivo nella secondaria di secondo grado l’alunno che viene respinto deve necessariamente ripetere l’anno? Non potrebbe ripetere solo i corsi delle discipline in cui è carente?
    In proposito non va dimenticato che nella legge sulla autonomia scolastica (il DPR 275 del 1999) la stessa parola “classe” è usata molto poco e ricorre solamente 3 volte in tutto, mente si parla piuttosto di gruppi, di personalizzazione e di percorsi formativi.


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    Aule sempre affollate: il caso della scuola della frazione di Lammari in provincia di Lucca



    La scuola affettuosa del ministro Bianchi si scorda delle classi affollate, ma pure delle tante promesse fatte per diminuire il numero degli alunni anche in funzione del contagio e per render le aule sicure da questo punto di vista. E allora, dopo un caso di soppressione di alcune sezioni denunciato da una preside di Catania, eccone un altro segnalatoci dai genitori degli alunni della Scuola dell’Infanzia Gianni Rodari di Lammari, Capannori, Lucca dove è stato deciso di sopprimere una sezione per l’anno 2021/2022 creando di fatto aule più affollate.
    I genitori non ci stanno e hanno inviato lettere di proteste agli Uffici scolastici territoriali e coinvolgendo pure all’AGE (Associazione genitori), preoccupati fra l’altro di costringere i bambini (che non indossano mascherina per limiti di età) in aule più numerose rispetto all’anno in corso in un momento storico che vede distanziamento e dispositivi di protezione come salvavita.
    Questa la lettera inviata
    Soppressione di una sezione della Scuola dell’Infanzia Gianni Rodari di Lammari, Capannori, Lucca
    Gentilissime, Gentilissimi,
    Il Verbale del Consiglio di Intersezione della Scuola dell’Infanzia Gianni Rodari di Lammari, datato 11 Maggio 2021, ha messo a conoscenza noi genitori dell’accorpamento di due sezioni e della distribuzione dei nuovi iscritti nelle classi che prevedono l’accoglienza di nuovi bimbi. Questa scelta crea di fatto aule più affollate e sulla questione si è espresso anche Il Tirreno in data 19/05.
    Siamo consapevoli che l’argomento delle classi numerose non riguarda solo la ‘nostra’ scuola ma affligge tutto il sistema scolastico italiano da anni. E se è vero che si parla sempre di numeri consentiti per legge (esistono anche numeri minimi e non solo massimi), è vero anche che questi numeri sono stati pensati in un momento molto lontano dalla realtà dei fatti di oggi, per una scuola che non doveva affrontare una pandemia e un’emergenza sanitaria e che non doveva preoccuparsi di contenimento dei contagi, di focolai, o di numero di morti giornalieri.
    Con la decisione presa dall’Ufficio Scolastico Regionale, i nostri figli di 3, 4 e 5 anni, si troveranno a dover convivere in classi più numerose di prima, senza nessun dispositivo di protezione e senza il distanziamento previsto per gli studenti più grandi. Per loro non esiste nemmeno, per ora, la possibilità di un vaccino. L’unica loro difesa, passando il tempo per lo più al chiuso, è, e resta quella, di convivere in gruppi più piccoli possibile. In tutta sincerità la decisione di rinunciare ad una sezione funzionante in grado di accogliere almeno 10 dei nuovi bambini in arrivo, e alleggerire così il peso sulle altre, ci sembra una scelta inopportuna, dettata da criteri economici piuttosto che dalla ricerca del benessere e della sicurezza dei bambini. La decisione non è giustificabile a nostro avviso nemmeno dal decremento demografico.
    Negli ultimi mesi la scuola è stata chiusa e aperta a più riprese, gli studenti sono rientrati solo parzialmente in frequenza, e si stanno valutando misure straordinarie per rendere sicuri gli esami di Stato. Tutto questo ci dice che la situazione non è ancora, purtroppo sicura nemmeno quando s’indossano mascherine e si mantiene il distanziamento. Come si può pensare d’incrementare il numero di bambini per classe? Bambini che per la loro età anagrafica sono esclusi dall’indossare la mascherina o mantenere il distanziamento, bambini la cui unica protezione è quella di trovarsi in una classe con il numero minore d’individui possibile. Bambini che si trovano in una struttura che già è predisposta per questo e dotata di sei sezioni con sei spazi esterni divisi e proprio materiale didattico e con insegnanti di ruolo. Noi genitori non chiediamo di sconvolgere l’assetto edilizio dell’Istituto per trovare nuovi spazi e affrontare spese di arredo e acquisto di forniture scolastiche (peraltro denaro pubblico speso appena due anni fa quando è nata la sesta sezione), chiediamo solo di mantenere quanto è attualmente in uso.
    Eliminando di fatto una classe, un alto numero di bambini, provenienti da nuclei famigliari diversi, si troverà quotidianamente fianco a fianco, senza mascherina, senza vaccino. Ad ora sappiamo che il vaccino, al quale non tutti avranno ancora accesso per settembre, non blocca la diffusione del virus e c’è ancora l’incognita sulla durata dell’immunizzazione e della sua efficacia sulle varianti che, per il momento, sono state individuate. Quale dunque il vantaggio di accedere alla struttura con percorsi separati e avere aree di gioco distinte se si rinuncia ad un’aula già attrezzata e funzionante con personale docente già assegnato? Perché privare i bambini della possibilità, peraltro già esistente, di imparare meglio e in modo più sicuro? Perché affollare le aule quando è possibile non farlo? Perché rinunciare a una sezione che può sgravare la pressione su tutte le altre?
    Persino il nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 sta premendo perché la Scuola si organizzi per tempo per il riavvio di settembre. Conferma ancora l’uso di mascherine, distanziamento, sanificazione e screening ripetuti. Questo non ci sembra voler dire che il momento di preoccuparsi sia finito e che si possa tornare alla formazione delle classi come in epoca pre-pandemia. Persino il sito del Provveditorato di Lucca ha un banner che informa che per l’emergenza sanitaria espleterà le sue funzioni in smart-working!
    Chiediamo quindi una revisione della strada intrapresa, il mantenimento di tutte le sezioni (6), e una distribuzione dei nuovi iscritti per classe al fine di creare sezioni meno numerose così da dare ai nostri bambini la possibilità di frequentare la scuola in sicurezza. Attendiamo fiduciosi un vostro gentile riscontro.
    I genitori dei bambini della Scuola dell’Infanzia Gianni Rodari di Lammari (LU), Sezioni: Gialla, Arancione, Rossa, Verde, Blu, Bianca


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